Lettere contro la guerra

Tiziano Terzani (1938–2004) rimane nella memoria di molti come una delle voci più limpide e coraggiose del giornalismo italiano. Per trent’anni fu il corrispondente dall’Asia del settimanale Der Spiegel, ma ridurlo a un semplice reporter sarebbe ingiusto: Terzani fu un cercatore. Di storie, di verità, di senso.

Tra i suoi libri, ho scelto Lettere contro la guerra (2002) perché è forse quello che più parla al nostro presente.

Visse sulle pendici dell’Himalaya, trascorse lunghi periodi in un ashram del Tamil Nadu, incontrò il XIV Dalai Lama e il XVII Karmapa, Ogyen Trinley Dorje, monaco buddhista tibetano riconosciuto come massima autorità religiosa della sua scuola.

Nell’autunno del 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre, compì il suo ultimo viaggio giornalistico in Afghanistan durante la guerra e scrisse Lettere contro la guerra, un testo dichiaratamente pacifista scritto in risposta a La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci, contrapponendo alla rabbia la necessità di empatia e lucidità. In seguito trascorse i suoi ultimi giorni a Orsigna, borgo montano del comune di Pistoia, il rifugio di una vita, dove si spense il 28 luglio 2004. Nell’ultima parte della sua esistenza la sua ricerca della verità si spostò dagli eventi esterni all’interiorità, portandolo a considerare il giornalismo solo come una fase del suo percorso. Lì nacquero anche le sue ultime testimonianze: l’intervista Anam, il senzanome e il libro postumo La fine è il mio inizio, dialogo intimo con il figlio Folco.

Anam, il senzanome, è il nome che scelse per sé verso la fine della vita e in cui emerge anche la sua scelta etica in favore del vegetarianismo.

Trovo che la raccolta Lettere contro la guerra sia più attuale che mai in questo periodo storico di guerre e sconvolgimenti socio‑economici.

Il libro è una raccolta di scritti in cui Terzani riflette sull’11 settembre 2001 e sulle reazioni dell’Occidente, proponendo una via alternativa alla violenza fondata sulla comprensione, sul dialogo e sulla nonviolenza, che considera l’unica risposta possibile alla spirale dell’odio.

Le lettere furono pubblicate sul Corriere della Sera nei mesi successivi all’attentato alle Torri Gemelle. In esse Terzani critica la risposta militare dell’Occidente, sostenendo che la guerra non può eliminare il terrorismo, ma anzi lo alimenta.

Invita inoltre il lettore a comprendere le radici del conflitto, incluse le fratture tra mondo occidentale e mondo musulmano, per poterle colmare.

Nel libro racconta i suoi viaggi a Peshawar, Kabul, Quetta, Delhi, sull’Himalaya: luoghi dove la guerra non è un concetto astratto, ma un volto, una storia, un dolore e dove aveva potuto osservare da vicino le conseguenze umane dei conflitti.

Ciò che emerge dal testo è un messaggio di portata “universale”. Terzani scrive infatti: “Il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare noi.” La pace, per lui, inizia da un lavoro interiore, cioè dal disinnescare le “guerre dentro di noi” per poter spegnere quelle fuori di noi.

Nella lettera scritta da Kabul il 19 dicembre 2001 afferma, tra le altre riflessioni: “… ed ora la guerra americana: una fredda guerra di macchine contro uomini”, un tipo di guerra che oggi vediamo pienamente sviluppato nell’uso massiccio dei droni, ma che allora era ancora in embrione. Nella stessa lettera aggiunge: “… quell’uomo che dimentica d’avere una coscienza, che non ha chiaro il suo ruolo nell’universo e diventa il più distruttivo di tutti gli esseri viventi, ora inquinando le acque della terra, ora tagliandone le foreste, uccidendone gli animali ed usando sempre più sofisticate forme di varia violenza contro i suoi simili“.

In sintesi, il messaggio centrale del libro è che “La guerra non porta mai alla pace”, poiché la violenza genera solo altra violenza. Piuttosto, “la paura è il vero nemico”, perché induce a reagire in modo irrazionale.

Un’altra frase significativa è: “Il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare anche noi.” Terzani, allora, invitava a una trasformazione interiore come risposta all’11 settembre, ma in realtà il cambiamento interiore è sempre la via migliore per vivere in pace anche nei momenti più difficili. In un altro passo scrive infatti: “La pace comincia dentro ciascuno di noi.” Questo non è solo il nucleo spirituale del suo messaggio, ma un insegnamento presente in tutte le tradizioni spirituali dei secoli, che ora è urgente applicare.

Concludo con questa citazione: “Ogni guerra è una sconfitta dell’uomo.” Un pensiero che condivido e che lascio alla vostra riflessione, perché, come aggiunge Terzani, “… la violenza – ne sono sempre più convinto – brutalizza non solo le sue vittime, ma anche chi la compie”.